Salvatore
Natoli, professore di Filosofia teoretica presso l’Università degli Studi di
Milano Bicocca, nel suo L’edificazione di sé (Laterza 2010),
ci propone un saggio breve, ma
denso di contenuti e concetti stimolanti, in cui tratta l’identità, il rapporto
con gli altri e il senso da dare alla propria esistenza in un mondo complesso,
mobile e frammentato.
Il
tema di base è la virtù, declinata nella fortezza, temperanza e coraggio,
costruita e dimostrata nel rapporto verso di sé e verso gli altri.
Natoli
non si riferisce alla virtù cristiana, la virtù che si genera nella privazione
e nel rigore; egli parte invece dall’aretè
dei greci: il
termine appartiene alla medesima famiglia del verbo aretào, che vuol dire “prosperare” e persino “essere fortunati”.
Significa anche fertilità. Possedere
l’aretè ha allora il valore del mettere a frutto le proprie doti o
predisposizioni.
Se la si mette
in questi termini, denota certo un possesso, ma è soprattutto risultato di un esercizio.
Esige applicazione, necessaria alla valorizzazione. Aretè ha, infatti, la medesima radice, ar, del latino ars, che
indica l’abilità nel costruire, nel fabbricare: denota perizia e invenzione. L’aretè è fondamentalmente una pratica
efficace che dà risultati, ed è quindi degna di merito. E chi merita è, a sua
volta, meritevole di essere riconosciuto per quello che ha fatto: ciò spiega
perché in greco aretè significa
“merito” e perciò anche stima, onore, perfino splendore. La virtù, a partire
dalla stessa gamma semantica, indica, dunque, un’azione ben riuscita. (…) Avere
aretè significava, inoltre, avere
perizia nella corsa, nella velocità, nel duello, in battaglia. Perfino nella
frode e nel delitto. In seguito l’aretè
sarà anche una prerogativa dell’intelletto.
Per virtuoso
bisogna allora intendere colui che sa valorizzare le proprie doti e sa metterle
a frutto; e nei riguardi di se stesso colui che è competente dei propri
desideri e sa modularli in vista del bene. Così concepita, la virtù altro non è
che abilità a esistere, è capacità di padroneggiarsi.
Ma quali sono quindi
le virtù da coltivare proposte da Natoli? La pazienza, il coraggio, la temperanza, la
verità, la sincerità, la libertà. Quanto più saremo coscienti di
noi stessi e di ciò che ci condiziona, tanto più saremo liberi. Si può fronteggiare il
destino solo scoprendo le proprie qualità e
analizzando i condizionamenti. Ma per farlo occorre mettersi alla prova, osare,
valicare l’ignoto. E’ proprio in tutto e per tutto l’aretè greca: la virtù è quindi intesa come la capacità di eccellere
nella lotta con i limiti, non nella loro rimozione. Limiti che non sono solo
quelli prodotti dalle condizioni esterne, ma sono anche quelli che appartengono
alla propria soggettività e alla propria identità. Nella virtù è dunque
implicita una capacità di riconoscere una misura che può essere scoperta solo
attraverso la consapevolezza di ciò che potrebbe generare dolore e lo genera:
il limite.
Nell’affrontare
però il limite ed il proprio destino personale, non dobbiamo dimenticare i
destini comuni. Per sviluppare e realizzare la libertà personale è
necessario fare comunità, crescere insieme: raggiungiamo l’altro solo nella sua
libertà, perché anche l’amore non è possesso, ma reciprocità, confidenza e
fiducia.
Le grandi
bellezze di questo saggio si sintetizzano in un invito alla scoperta di se stessi e dell’altro,
e in un forte sprone, affinché l’uomo diventi padrone del suo destino e responsabile
di se stesso.
GIULIO SCACCIA.


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