“Quattro proposte concrete per dare slancio al nostro paese”
Roger Abravanel, nato in Libia ma di
nazionalità italiana, ingegnere
esperto di business administration, è stato per diversi anni ai vertici di
McKinsey, la prima società di consulenza strategica al mondo, occupandosi di
aziende italiane e multinazionali in Europa, America ed Estremo Oriente. Ha da
poco pubblicato un libro “Meritocrazia,
4 proposte concrete per valorizzare il talento e rendere il nostro Paese più
ricco e più giusto”, prefazione
di Francesco Giavazzi (Garzanti Editore), con un obbiettivo ambizioso: proporre
un approccio e soluzioni concrete per poter rafforzare la cultura del merito
nella nostra società.
Ingegnere Abravanel
perché questo libro?
“La
ragione è molto semplice. Fondamentalmente avendo girato il mondo, negli anni
mi sono reso conto che non ci meritiamo le classifiche che ci collocano sempre
agli ultimi posti. Mi sono posto allora la domanda se l’esperienza che avevo
avuto negli ambiti aziendali (vale a dire quello che faceva la differenza, era
la classe dirigente), potesse essere applicato a tutta la società. Ho fatto due
anni di ricerca in vari Paesi del mondo, mi sono documentato molto, alla fine
mi sono convinto che è proprio così”.
E quindi la meritocrazia alla fine cos’è?
“Meritocrazia
vuol dire che i migliori salgono, indipendentemente dalla loro provenienza,
dove per provenienza s’intende una etnia, un partito politico, ma in Italia
soprattutto la famiglia e i rapporti, il nome che si porta. Il tema è
assolutamente cruciale per il nostro Paese. In alcune società meritocratiche,
tipo quella americana o quella scandinava, dalle quali noi non abbiamo nulla da
imparare, sono molto bravi a prendere una persona e, indipendentemente dalla
provenienza, farla ‘salire’ ai massimi livelli. Noi non ne siamo capaci”.
Perchè?
“Manca
un sistema di valori. In meritocrazia sono due: il primo sono le pari
opportunità, vale a dire la capacità di azzerare i privilegi di una nascita
grazie al sistema educativo. Un esempio è la storia di Barack Obama: proviene
da una famiglia poverissima. A scuola era
molto bravo, è stato selezionato con un test (SAT Test di attitudine scolastica
per l’ingresso alle università americane). Superandolo ha avuto una borsa di
studio ed è stato ammesso ad Harvard: oggi è il presidente degli Stati Uniti.
Da
noi questo non esiste. Perché il nostro sistema educativo è iniquo. Le pari
opportunità nel nostro Paese si fermano a Roma. Ad esempio i famosi test Pisa (un programma internazionale dell’Ocse
di valutazione degli studenti che utilizza test standardizzati omogenei per
confrontare i risultati scolastici di vari Paesi) hanno risultati migliori al
centro-nord, pur non essendo esaltanti non sono distanti dalla media europea,
rispetto a quelli disastrosi al Sud. Chi
nasce al sud è svantaggiato. E la scuola non riempie questo gap.
Il
secondo: nell’economia manca l’essenza di un valore di fondo della
meritocrazia: la concorrenza, carburante dello sviluppo economico. Proteggere i
consumatori, i clienti, i cittadini invece che le imprese. In Italia questo
sistema di valori non è mai esistito
prova ne sia che tutta la nostra economia si è praticamente basata su
un’alleanza, una triade che sono le confederazioni le associazioni delle
imprese, lo stato e i sindacati a spese dei consumatori e dei cittadini”.
Da dove si comincia per far partire il
processo meritocratico?
“Si inizia
dal sistema educativo, perno della mobilità sociale. Da noi è iniquo:
discrimina tra Nord e Sud e tra ricchi e poveri. Agli istituti tecnici vanno i
figli dei meno abbienti e a laurearsi sono i privilegiati a spese dei primi,
perché l’università, essendo gratuita, di fatto viene finanziata dai
contribuenti. L’Italia non produce abbastanza laureati e quelli che produce non
trovano un lavoro adeguatamente retribuito, non fanno il salto sociale che si
verifica in altri Paesi, perché la preparazione media non è adeguata alle
richieste del mercato. Mancano atenei di eccellenza senza i quali non si crea
la classe dirigente e i ricercatori, motori dello sviluppo e della mobilità
sociale. Nelle società meritocratiche la scuola invece serve per azzerare i
privilegi della nascita: lo Stato ti seleziona, ti manda a scuola a spese sue,
indipendentemente dalla bravura e dalle capacità, accedi a buone università, ti
laurei, trovi un buon lavoro e sali nell’ascensore sociale, senza bisogno di
raccomandazioni”.
Malgrado lo scenario, nel libro Lei mi
sembra però ottimista…
“L’ottimismo
deriva dal fatto che rilanciare il merito in Italia è possibile. Nel libro ho
fatto quattro proposte molto concrete che in realtà trovano riscontro, perché in Italia ci sono
dei ‘semi del merito’ (nelle imprese, nella ricerca scientifica, nella
giustizia) che applicano molto di queste idee”.
Cosa prevedono le
quattro proposte?
“La
prima: lanciare una delivery unit
(unità di consegna) sull’esempio di quella realizzata in Inghilterra negli anni
’90 da Tony Blair per consegnare ai cittadini dei miglioramenti: 50 giovani
eccellenti inglesi, guidati da un capo unit, sull’obiettivo di migliorare la
qualità e ridurre gli sprechi nel settore pubblico inglese (come riduzione dei
tempi delle Tac, miglioramento dei Pisa Test, miglioramento della sicurezza)
hanno stabilito obiettivi e misure e aiutato Blair a interagire con i ministeri
per definire il miglioramento. In 10 anni la performance dei Pisa test, del
Servizio Sanitario e dei trasporti è migliorata.
Questa
iniziativa se applicata favorirebbe in molti modi l’avvio di un circolo
virtuoso del merito, perché potrebbe anche contribuire a creare ogni anno 1000
nuovi leader eccellenti, come è avvenuto
nel governo di Singapore, il più meritocratico nel mondo, aumentare la fiducia
degli italiani nel loro Stato e creare opportunità per migliaia di giovani e
donne meritevoli.
La
seconda: il sistema educativo. Lanciare una grande iniziativa di testing
nazionale tipo Sat americano e di altri test simili di altre società
meritocratiche. L’iniziativa permetterebbe ai migliori 10 mila studenti
italiani di crearsi la propria università di eccellenza, grazie ad un sistema
di ‘buoni’ e farebbe sorgere quella leadership necessaria per rafforzare
l’economia e la società.
La
terza proposta prevede la creazione di una Authority del merito per liberalizzare
e (de)regolamentare i servizi pubblici e privati locali, per combattere le
lobby locali.
La
quarta consiste in una serie di azioni positive per evidenziare la leadership
femminile nel Paese, sull’esempio di quella prevista dalla normativa norvegese
che impone un aumento della presenza del gentil sesso nei consigli di
amministrazione delle imprese quotate. Va detto che le azioni positive non
riguardano le attuali ‘quote rosa’ della politica, ma iniziative che mettano in
posizione di vero potere le migliori donne italiane”.
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