Top down o bottom up?
Si
fa strada l’idea che il cambiamento
non è più lineare e prevedibile, ma procede per salti e discontinuità,
riflettendo probabilmente una dinamica della contemporaneità che avevamo già
toccato.
Lo
avevamo già anticipato, infatti, citando Nassim Taleb e la sua idea che stiamo
uscendo dall’era del Mediocristan per
entrare in quella dell’Estremistan,
un’epoca in cui il mondo, nella sua evoluzione, non cammina ma salta.
Ci
ripropone il concetto Zygmunt Barman, nel suo nuovo libro “L’etica in un mondo di consumatori”, parlando di una dimensione
temporale che non può essere quella ciclica, ripetitiva, propria delle
certezze, ma non è più neanche quella lineare del progetto e degli obiettivi.
Lui, infatti, la chiama “dei punti”,
fatta attraverso la neutralizzazione del passato e la capacità di rinascere con
facilità a nuova vita professionale, in una varietà di forme e di nuovi inizi.
I
concetti di riferimento tradizionali si evolvono e tendono a modificare
antinomie consolidate, che costituivano punti di riferimento certi e
soprattutto patrimonio culturale implicito di tutti.
Il
mondo contadino e pastorale, fatto di regole chiare e soprattutto di eventi
ricorsivi, il tempo delle civiltà contadine, ciclico, in cui i processi si
ripetono come le stagioni, all’interno di un sistema economico ben
regolamentato, sta scomparendo. Complice la lenta riduzione degli spazi
d’azione dei monopoli e il tentativo di introdurre meritocrazia e valutazioni
per obiettivi nelle burocrazie. Anche l’agricoltura, comparto ciclico per
eccellenza, d’altro canto, attraversata dal vento della multifunzionalità, che
amplia il proprio spazio d’azione e introduce il concetto di vendita diretta e
di mercato, si confronta con competenze e capacità proprie di comparti
economici più evoluti.
Chi
si era già abituato a lavorare per progetti ed obiettivi, è ugualmente
sottoposto alla tensione del cambiamento discontinuo. La concorrenza globale,
la crisi economica che non accenna a terminare, la ricerca di efficienza
assieme alla necessità di mantenere qualità e servizio al cliente, l’evolversi
delle tecnologie, aumentano le complessità e la necessità di ricercare
equilibrio tra le antinomie. Saper pianificare, programmare, perseguire con
metodo un obiettivo, può non essere sufficiente per avere successo.
Alcuni
fenomeni di questa complessità erano già evidenti. Come l’evoluzione di ruoli
(leggi Marco Guerci) tradizionalmente votati alla difesa dell’ordine ciclico,
che devono confrontarsi con l’accompagnare cambiamenti e discontinuità.
Altri
sono un fenomeno più recente. Due su tutti, tra i tanti. Uno lo troviamo nel
nostro “focus” ed è connesso allo sviluppo della tecnologia, forse il maggiore
detonatore di cambiamento tra quelli contemporanei. La tecnologia aumenta la
capacità di connettersi e di valorizzarsi. E questo è un fenomeno che sta
modificando anche la tradizionale ricerca del personale, come ci segnalano
Valentina Pozzatello ed Enrico Cazzulani, consentendo alle persone più
opportunità e forme per proporsi e alle aziende più canali per ricercare.
L’altro è evidente nelle nuove forme di Legacy, che tendono a coniugare
in modo strutturato due modalità di cambiamento, spesso contrapposte tra loro,
nel Lean Six Sigma. Il metodo, infatti, tende a conciliare due approcci spesso
contrapposti: la democratica e partecipativa Lean Production e il razionale e
specialistico Six Sigma. L’una votata ad un movimento esteso di cambiamento
bottom up e l’altro ad un necessario e guidato indirizzo top down. La riconciliazione di queste due antinomie stressa
la capacità di articolare e guidare progetti complessi. Lo sforzo cognitivo di
contenere, coniugare, alternare nello stesso contesto i due approcci riporta al
tema del presente: la varietà delle forme che assume il cambiamento e la
spinta, insita nei fatti, a superare modelli tradizionali di visione
organizzativa
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