Abbiamo
intervistato Federico Grom, patron dell’omonima azienda, che nel 2003, dopo una
laurea in economia ed alcuni anni di lavoro come manager finanziario, insieme
con l’amico e socio Guido Martinetti, inaugura la prima gelateria Grom a
Torino. Sulla loro avventura hanno scritto anche un libro sulla loro avventura
imprenditoriale i due hanno anche pubblicato il libro: “Grom. Storia di un’amicizia, qualche gelato e molti fiori”, che
abbiamo recensito sul nostro Osservatorio.
Oggi, le
gelaterie Grom sono 63 sparse un po’ in tutto il mondo ed i due amici e soci
possono contare su circa 600 collaboratori. Federico gestisce la finanza
aziendale e si occupa dei negozi e del benessere dei dipendenti che ci
lavorano.
Com'è nata
l'idea di fare del gelato un business?
La scintilla che
ha dato inizio alla nostra storia si può individuare in un articolo scritto nel
2002su “La Stampa” da Carlin Petrini, fondatore di Slow Food. Nel pezzo veniva
denunciata la quasi totale scomparsa del gelato artigianale, fatto con
ingredienti naturali, senza additivi chimici e senza le famigerate “bustine”;
insomma il gelato “come una volta”. Guido ne rimase profondamente colpito e mi
propose di lanciarci insieme in un’avventura tanto folle quanto geniale:
provare a fare il gelato migliore del mondo. Intuii subito il potenziale del
progetto e mi misi a lavorare di notte, dopo il lavoro, a un business plan (all’epoca
ero analista finanziario in una multinazionale). A maggio del 2003 inaugurammo
la nostra prima gelateria: un negozietto di 25 mq in Piazza Paleocapa, a
Torino.
Quali le
difficoltà iniziali nel tradurre in realtà l'intuizione?
All’inizio
abbiamo dovuto confrontarci con molte difficoltà legate, purtroppo, alla poca
credibilità che si ha quando si è giovani e si prova ad avviare un’impresa. A
questo riguardo c’è un episodio in
particolare che ci piace ricordare, e che abbiamo raccontato anche nel libro:
quando iniziammo a muovere i primi passi nel mondo del gelato, del quale
nessuno dei due sapeva nulla, una delle prime persone che incontrammo fu il
titolare di un'azienda di banconi al quale avevamo chiesto un preventivo. Lui
non ascoltò nemmeno il nostro progetto fino alla fine e si rifiutò di farci una
proposta dicendo che, con idee assurde come le carapine e il gelato come una
volta, saremmo falliti nell'arco di nove mesi al massimo. Ci trattò come due
ragazzini sprovveduti e noi ne uscimmo devastati: fu una delle prime “batoste”
sul nostro cammino, ma fu anche il giorno in cui decidemmo di non farci
scoraggiare e di andare avanti pensando con la nostra testa, forti della
validità della nostra idea.
Com'è organizzata la sua azienda a livello di gestione risorse umane e organizzazione del lavoro?
Abbiamo 63 negozi tra Italia ed estero, per un totale di 600 dipendenti circa. Per ogni punto vendita c’è uno store manager, che ha la responsabilità di gestire l’attività, dai turni ai rifornimenti, e di formare la squadra di lavoro. Ci sono poi dei responsabili di zona che fanno da ulteriore “ponte” fra la sede e i negozi. Questi ruoli sono ricoperti da ragazzi cresciuti internamente, partendo dal ruolo di conista, e mostrandosi meritevoli. Nella nostra sede c’è poi un Ufficio Risorse Umane che si occupa di tutto ciò che riguarda il benessere dei dipendenti. Nella nostra azienda l’occupazione femminile è del 63% e l’84% dei nostri collaboratori ha meno di 35 anni; due dati di cui siamo molto orgogliosi.
Che consiglio
darebbe a dei giovani ragazzi italiani che vorrebbero fare impresa?
Come abbiamo
scritto nel nostro libro, direi loro di
vivere “con gli occhi aperti”, ovvero di essere sempre pronti a cogliere
le opportunità, rimanendo curiosi e non stancandosi mai di studiare e imparare
dai migliori… la ricetta per fare della propria passione il lavoro “della
propria vita”, proprio come è successo a Guido e a me.

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