Relazioni sindacali dopo il caso Fiat - Mirafiori
Il Dibattito
1. La tesi di Marchionne è che occorre
guardare allo sviluppo industriale italiano con occhi radicalmente nuovi,
poiché le vecchie logiche - dice - non consentono di stare al passo con le
sfide dell’economia globale, in primis quelle che arrivano dai paesi emergenti.
Che ne pensa?
C. La valutazione di Marchionne, a proposito
della concorrenza degli altri paesi, non è di per sé sbagliata. Il problema
sono le scelte che lui adotta: scelte che sembrano non andare in direzione di
una reale competitività di Fiat nel nostro paese. Non a caso, come sta
emergendo, Marchionne ha scelto di andar via dall’Italia.
Il problema della
Fiat oggi non è, come sembra, quello di abbattere il costo del lavoro. Il
difetto non è nel sistema di produzione, bensì nel fatto che l’azienda non è
più in grado di vendere le sue auto sul mercato: è una questione di capacità di
vendita, di qualità dei modelli, non di produzione.
T. Certamente occorre innovare. Ma
l’innovazione non deve riguardare solo i rapporti di lavoro, bensì anche le
strutture organizzative, produttive e tecnologiche. Ognuno deve fare la sua
parte. Fiat ha certamente dei problemi con la Fiom, però deve ancora dimostrare
di essere all’altezza dell’innovazione di prodotto.
Fino ad
ora abbiamo qualche dubbio che sia così: lo stesso Marchionne riconosce le
difficoltà di rendere competitivi i suoi prodotti.
2. Secondo la Fiom, contraria
all’accordo, la Fiat pretenderebbe la rinuncia da parte dei lavoratori di
alcuni diritti fondamentali in nome di una maggiore produttività. (esempio:
turni fino a 6x3 dal 5x2 attuale, pause ridotte a 30 minuti dai 40 attuali,
tasso assenteismo al 3,2% con mancata retribuzione giorno precedente riposo,
niente elezione delegati sindacali perché fuori contratto nazionale e stop
sciopero contro intesa pena licenziamento) Si tratta davvero di una “stretta” sui
diritti che vìola lo statuto dei lavoratori? Quali e in che termini, ad
esempio?
C. C’è stato semplicemente un ricatto nei
confronti dei lavoratori, tutto qui. Si è detto loro: o ti sta bene, o perdi il
tuo posto di lavoro. Non c’è stato nessun accordo. Se poi vogliamo parlare
della questione organizzativa, bisogna dire che sul tavolo c’erano diverse
proposte. Anche da parte di Fiom. La discussione si poteva tenere. Ma non c’è
stato modo di discutere sul modello organizzativo. E’ stata un’imposizione. Per
questo Fiom e Cgil hanno scelto una posizione di scontro: per ritornare ad
avere un contratto nazionale anche in Fiat.
T. Intanto non è detto che sarà così. Da
un lato ci sono sue dichiarazioni, poi in parte smentite, e dall’altro c’è
l’interlocuzione con il governo che ha segnalato la preoccupazione che l’Italia
perda un importante insediamento come quello della Fiat. Marchionne non può
certo far finta di dimenticare gli anni di incentivi da parte dello Stato alla
Fiat. Che poi la globalizzazione richieda accordi internazionali e anche magari
la nascita di diversi centri produttivi, lo sappiamo. Ma questo non può portare
alla rinuncia per il nostro paese di un importante pezzo di industria.
3. Il modello-base di accordo sorto dopo
il caso Fiat, ovvero la nascita di newco svincolate dal contratto nazionale e
quindi da Confindustria, sembra stia prendendo piede anche in altre realtà. E’
in atto un cambiamento senza precedenti?
C. L’80 per cento delle imprese italiane conta
meno di 50 dipendenti. Senza un contratto nazionale, in grado di garantire un
salario equo e più in generale di regolare il mercato del lavoro, sarà una
giungla. Se ogni azienda si fa il suo contratto, si troverà sempre un piccolo
sindacato più vicino agli interessi dell’imprenditore. A quel punto sarà una
competizione al ribasso tra imprese, per chi fa il contratto più vantaggioso
per ridurre il più possibile i costi del lavoro. Per non parlare del fatto che
Marchionne non intende svelare il piano industriale. Quale accordo sindacale potrà
mai nascere se i lavoratori non sanno quale sorte toccherà agli stabilimenti
italiani?
T. Sono convinto che questa situazione
richieda sacrifici. Se c’è un assenteismo forte, bisogna pure far qualcosa,
giusto? Io penso che le tesi della Fiom siano inaccettabili. Semmai quello che
deve fare il sindacato è dire all’azienda: va bene, noi facciamo i sacrifici ma
tu dai delle garanzie sull’innovazione, sul futuro. E poi quando c’è la ripresa
si deve pretendere la propria parte, proprio come sta facendo il sindacato
tedesco.
4. Il caso Fiat-Mirafiori, infatti, ha
amplificato la frattura all’interno dell’universo sindacale. Il 23 dicembre
tutte le organizzazioni sindacali eccetto la Fiom-Cgil hanno firmato
l’accordo. E i “no” al referendum di
Mirafiori sono arrivati principalmente dagli operai, per i quali le nuove
regole proposte da Marchionne porterebbero maggiori sacrifici. Non considera
questo aspetto una crepa nel sistema stesso della rappresentanza sindacale?
C. E’ una crepa per il paese intero, non per il
solo universo sindacale. Se si spezza il sistema di rappresentanza sindacale
all’interno di un’azienda, si perde un pezzo di democrazia nel paese. La
questione non si ferma davanti ai cancelli della Fiat, ma riguarda tutti. Non ha senso pensare a chi ha vinto e chi ha
perso in questo scontro sul caso Fiat: in ballo c’è la democrazia e la coesione
sociale.
T. Purtroppo i rapporti fra sindacati sono
difficili sotto vari aspetti. E già questo è un male, perché il sindacato di
per sé viene indebolito dalle condizioni della competizione mondiale. Poi, se
si divide, è peggio ancora. Non a caso una delle forze del sindacato tedesco è
quella di essere unitario.
Il caso Fiat è
particolarmente grave, perché come ho detto in molte altre situazioni
territoriali, con aziende di vario genere, non siamo a questo punto. Altrove si
continuano a fare accordi unitari.
Va detto però che la
Fiat c’ha messo del suo, perché evidentemente non ha curato abbastanza la
partecipazione e il coinvolgimento dei lavoratori. Le aziende che hanno
ottenuto risultati buoni senza traumi, sebbene con sacrifici, li hanno ottenuti
perché sono state attente alla partecipazione. Mi auguro che alla fine prevalga
questo tipo di logica.
5. Ai primi di Febbraio 2011 c’è stata
l’intesa a Wolsfsburg per il rinnovo del contratto a 100 mila lavoratori
Volkswagen. Ig Metall ha conquistato un 4 per cento di fatto (3,2% + una
tantum) di aumenti salariali per 16 mesi. Negli ultimi anni l’azienda ha
ottenuto sacrifici dai lavoratori per aumentare la produttività del 10% e
superare la crisi: settimana corta, salari ridotti. In cambio, ha tenuto i
posti di lavoro in Germania (sebbene con anche manodopera dell’est) e entro 7
anni punta a 40 mila nuovi dipendenti per superare la Toyota (35 mila di questi
in Cina). Una delle carte vincenti di VW pare sia stata proprio la cosiddetta
“cogestione”.
C. Be’, se vogliamo prendere il modello Germania
allora prendiamolo tutto, non “a pezzettini”. Lì c’è una legge che vincola le
imprese a far sì che nei consigli di sorveglianza vi sia una rappresentanza
sindacale. Noi siamo disponibili ad una
discussione su questo punto, ma con il clima che c’è oggi in Italia è ben
difficile che si possa arrivare a discutere di leggi del genere. Diciamola
tutta: in Germania hanno gli stipendi doppi che in Italia, il piano industriale
è stato presentato a dovere, hanno la qualità dei prodotti, hanno orari che
arrivano al massimo alle 36 ore, e soprattutto hanno fatto un accordo che
comprendeva la garanzia occupazionale in cambio dei sacrifici.
Questo
non c’è nell’accordo Fiat. Anche chi ha votato sì il 14 febbraio non ha alcuna
garanzia del posto di lavoro: tant’è vero che sono in cassa integrazione.
T. In Europa e anche in Italia in questi
ultimi tempi sono state siglate centinaia di buone intese che hanno comportato
uno sforzo nell’impegno di lavoro (meno pause, più turni ecc). Il caso VW è
solo uno dei più noti. La
stessa Fiom ha fatto molti accordi senza che venisse
sollevato tutto questo polverone.
Il punto è che sono
necessarie rinunce, perché le condizioni di lavoro cambiano. Per esempio le
regole sulla malattia sono mutate più volte nel tempo. E si potrebbero fare
altri esempi.
Secondo me non è
necessaria la “cogestione”, è sufficiente che l’azienda promuova delle serie
modalità di partecipazione con i lavoratori.

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